Severgnini lascia ancora una volta il segno, nel suo articolo di oggi sul Corriere.
Mettiamo un po’ di colonna sonora e poi riporto alcune battute dell’articolo. Mi raccomando, cliccate sul PLAY: la qualità della musica merita.
«Vorrei raccontare, alla vigilia della partenza, ciò che ho passato e imparato in Sicilia, dove sono nata e cresciuta. Mi laureo a ventiquattro anni, col massimo dei voti. Borsa di studio all’estero: mi trovo bene, ma decido di tornare e cercare un lavoro. Dopo un po’, lo trovo. Solo che non mi pagano subito. Dovrà aspettare circa due anni, mi dicono. Accetto: si tratta di un’istituzione importante, penso al curriculum. Per mantenermi collaboro con un ente culturale privato che ha relazioni con l’estero; non ho un contratto, le collaborazioni sono malpagate e irregolari.
Poi, una buona notizia. Una società di formazione e progettazione mi offre un lavoro, mille euro mensili, 50 ore settimanali. Si tratta di cercare e studiare bandi pubblici e redigere progetti perché vengano finanziati. Una cosa mi preoccupa: il mio contratto non riporta affatto le mie mansioni. Scopro di venire pagata col finanziamento pubblico di un altro progetto, che dichiara più figure professionali di quelle effettive. Di volta in volta risulto consulente per una mostra di fotografie; segretaria organizzativa di un progetto di recupero degli antichi mestieri; tutor in un corso di formazione. Lo stipendio arriva a intervalli imprevedibili: non so come pagare l’affitto e devo chiedere un prestito ai miei, pur lavorando tutto il giorno, tutti i giorni, anche il sabato. Ne parliamo tra colleghi: sono nauseati, ma temono di rimanere disoccupati. Mi licenzio, mi dedico nuovamente alla ricerca di un lavoro, vengo al Nord per colloqui. Non è facile, inoltre pare che io sia in un’età critica: e non ho ancora trent’anni. Continuo a cercare, a inviare e-mail, a studiare. Finalmente, una risposta: un’università inglese, ricevuto il mio Cv e un progetto di ricerca, mi offre una borsa di dottorato. Sto preparando le valigie e cerco casa. I miei fratelli, entrambi laureati, sono già emigrati. Uno lavora in Scandinavia, l’altro in Svizzera. Sono contenti»
Questa è l’Italia.
La nostra patria.
Che non ha posto, non ha futuro per i suoi figli.
A chi parte viene spesso affibbiato l’epiteto di quello che si è arreso. Di quello che non ha la forza o le palle per cambiare le cose qui. Magari c’è del vero in questo, ma dal momento che per andare via ci vuole coraggio io non me la sento proprio di fare altro che non sia stringere le mani e fare i complimenti a chi decide di andar via. Solo chi prende una valigia in mano e sa che non tornerà prima di alcuni mesi sa quanto sia difficile partire e andare.
Oggi al bar ho letto un trafiletto di un articolo di stampa locale.
Parlava del fatto di come ognuno di noi si assuefà alla realtà in cui vive. Noi tutti ci lamentiamo del nepotismo, delle raccomandazioni, della mafia.
Ma se andiamo a vedere nella vita di ognuno, almeno una volta alla settimana ci comportiamo in linea con questi mali della società. Lo facciamo magari perché ci diciamo che da soli non possiamo cambiare le cose, quindi tanto vale conviverci cercando di non farci contaminare troppo. Ma comunque lo facciamo.
I cancri della società sono tali proprio perché alimentati da tante persone.
Magari con piccoli gesti.
Come non chiedere lo scontrino al bar o non farsi fare la fattura dal dentista.
Come non andare mai ad una riunione di un partito politico e fare delle domande.
Come non presentarsi mai ad un consiglio comunale a vedere cosa combinano i rappresentanti che abbiamo votato noi.
Come il non fermarsi mai a parlare con un immigrato e chiedergli perché è venuto qui.
Come il non ascoltare i nostri anziani e pensare che un tempo erano giovani come alcuni di noi, genitori come alcuni di noi, adulti depressi come alcuni di noi, persone disilluse come alcuni di noi, gente che non arrivava a fine mese come alcuni di noi… eccetera.
E tanto altro ancora.
A pensarci è incredibile di quanto potere abbiamo noi nella vita di tutti i giorni per incidere la realtà in cui viviamo: ogni nostra parola, pensiero può lasciare un segno.
Bisognerebbe concentrarsi su questo, e non lasciarsi abbattere dalla realtà.
Sarà un buon proposito da qui in poi.
"DIARI DEL CORVO" si sta rifacendo il look. Nuovo blog, nuovo dominio, nuova URL. Stay tuned. Ciao :-)